Tra passato e futuro…

Carissim*,

Con questa lettera intendiamo rivolgerci ai teppist* (amiche e amici di Terra e Pace che sin dal principio hanno messo a servizio tempo, energie, competenza e professionalità) e a te che sei entrat* in contatto anche per breve tempo con la nostra associazione per corsi, workshop e/o progetti.

Abbiamo anzitutto un grande desiderio di condivisione rispetto a ciò che in questi anni abbiamo realizzato. Se volessimo dare un po’ di numeri, potremmo raccontarvi che abbiamo implementato 11 splendidi progetti, realizzato 15 eventi di promozione e distribuzione beni di prima necessità, e 103 incontri di Comunicazione Empatica (tra workshop singoli e percorsi). Il tutto frutto di grande impegno e di infinita soddisfazione. Per realizzare i nostri ideali di pace, inclusione, uguaglianza e giustizia sociale abbiamo collaborato con il Comune di Torino, le Fondazioni Compagnia di San Paolo, CRT, Realizza il Cambiamento e della Comunità di Mirafiori Onlus, Intersos e UNHCR, ActionAid International Onlus, l’Associazione MicroLab e il CEB (Council of Europe Development), Mezzopieno. Oltreché con scuole, asili, servizi sociali, forze dell’ordine e Case di Quartiere della città di Torino.

Abbiamo instancabilmente lavorato a favore di persone sole, vulnerabili, disabili, famiglie alle prese con sfratti, mancanza di lavoro, malattie, difficoltà economiche, burocratiche, isolamento sociale; donne vittime di tratta, di violenza fisica e psicologica, bambin* vittime di bullismo e marginalizzazione. Situazioni già al limite che con la pandemia si sono aggravate, causando lo scivolamento di ampie fette della popolazione in condizioni di povertà assoluta. 

Due i nostri progetti di punta, che riflettono la nostra mission:

-il Progetto Madri di Quartiere, che vede protagoniste straordinarie donne di origine straniera, le quali, debitamente formate, hanno scelto di trasformare la loro resilienza in professionalità e metterla a servizio degli altri, camminando per brevi o lunghi tratti a fianco di persone in difficoltà momentanee o croniche;

-la diffusione della Comunicazione Empatica, ispirata al modello di M.B.Rosenberg, come modalità di relazione con noi stessi e con gli altri, in un momento storico in cui la violenza è spesso riconosciuta come unica strada per la risoluzione del conflitto. 

Attraverso il progetto MdQ, 187 nuclei familiari hanno ricevuto un accompagnamento ad hoc mirato alla risoluzione di problemi contingenti dal 2019 ad oggi, 409 tra beneficiari diretti e indiretti dei nostri interventi.

Per quanto riguarda la Comunicazione Empatica, dal 2018 ad oggi abbiamo incontrato 374 persone tra adulti e bambini, e con 220 di loro abbiamo intrapreso un percorso formativo introduttivo e continuativo di approfondimento di tale strumento.

Crediamo molto nei nostri valori, e siamo intenzionat* a portarli avanti. Per questo ci teniamo a ringraziare coloro che in questi anni hanno sostenuto il nostro lavoro attraverso il servizio concreto e il contributo economico.

Vogliamo adesso guardare al futuro.

Terra e Pace vuole continuare ad essere la Casa del progetto Madri di Quartiere, il team che fornisce formazione, supervisione, coordinamento, spazio di creazione di rete e condivisione di best practices e di interculturalismo…che insomma consente al progetto di esistere, di essere implementato. Vogliamo custodire quello che è il lavoro costante, concreto, silente e professionale di donne che intessono reale inclusione e integrazione, che lottano per il contrasto della marginalità, per l’empowerment dei più deboli. Essendo più intente a curare la qualità di un lavoro che sia veramente a beneficio dei destinatari, non riusciamo parallelamente a dar voce e la visibilità che meriterebbero i risultati raggiunti. Eppure ci piacerebbe tanto farvi vedere cosa la forza, l’energia e la dedizione di queste splendide donne è in grado di muovere (ci stiamo lavorando!);

Allo stesso tempo Terra e Pace vuole intensificare il proprio lavoro a servizio della cultura della nonviolenza, proponendo incontri di formazione a tutti coloro che vorranno acquisire strumenti concreti di pace, da portare nelle relazioni affettive, lavorative, comunitarie, ecc…

Dopo questa condivisione, ecco che emerge il nostro bisogno di sostegno.

Abbiamo come valore fondamentale quello dellinclusività delle nostre proposte, non ci piace l’idea che qualcuno possa accedervi e qualcuno no. La maggior parte dei nostri progetti sono gratuiti, qualcuno prevede la sperimentazione dell’economia del dono in base alla disponibilità e risorse di ciascun*. Ma per poter continuare ad esistere e rivolgerci a tutti, abbiamo bisogno di sostegno da parte di chi può darlo. E siamo qui, con autenticità, a chiedertelo. 

Ci immaginiamo che tu possa rispecchiarti in una di queste categorie..!

-Simpatizzante attivo e dotato di tempo!

Che tu sia attratto dal progetto Madri di Quartiere che si svolge a Torino, o dal progetto di diffusione della Comunicazione Empatica che si svolge online e in presenza (sempre a Torino), sei benvenut* nell’entrare a far parte della nostra rete, come volontari* o come partecipante ai corsi proposti per diventare costruttore/trice di pace intorno a te!

-Simpatizzante passivo e dotato di finanze!

Se condividi i nostri stessi ideali, ma non hai tempo di approfondire e di pertecipare attivamente, hai comunque modo di farti costruttore/trice indirett* di pace, mettendo a disposizione le tue risorse economiche affinché coloro che non hanno la tua stessa disponibilità, possano beneficiare di progetti gratuiti; potresti diventare soci* (andando sul nostro sito www.terraepace.it, nella sezione “Diventa dei nostri”), oppure fare una donazione mensile (anche solo di 10€, da impostare come donazione costante dalla tua stessa banca), oppure una tantum, oppure donarci il tuo 5×1000 indicando il nostro IBAN al commercialista al momento della dichiarazione dei redditi annuale (basterà indicare il codice fiscale 97840520015 nel primo riquadro dedicato al SOSTEGNO DEGLI ENTI DEL TERZO SETTORE ISCRITTI NEL RUNTS),rappresenterebbe moltissimo per noi e per garantire le spese minime (che minime non sono) di un’associazione che oggi per complessità è paragonabile ad un’azienda! Ti ricordiamo che la donazione è detraibile! 

-Simpatizzante attivo, dotato di tempo e finanze!

Fatti avanti! Avrai modo di conoscere a fondo e di vedere con i tuoi occhi il lavoro che svolgiamo..e prenderne parte attivamente come sarà possibile!

Simpatizzante passivo sprovvisto sia tempo che di finanze (o indifferente)!

Non importa, ti vogliamo bene lo stesso e ti comprendiamo, ma ci teniamo ad accertarci che per te non sia fonte di disagio o noia ricevere le nostre comunicazioni via whatsapp e mail. In tal caso ti preghiamo di segnalarcelo!

Qualunque sia il tuo modo di starci vicino, vogliamo esprimerti la nostra gratitudine e giriamo a te il “grazie” delle tantissime persone che abbiamo affiancato e continuiamo ad affiancare. 

Con immensa gratitudine,

Lo staff di Terra e Pace 

Profili Madri di Quartiere: Houda, Marocco

C: ciao Houda, grazie per essere  qui qui,qui ti va di iniziare a raccontarci che cosa vuol dire per te essere Madre di Quartiere?

H: eeeh…

C: liberamente, come ti viene…

H: “Madre di Quartiere è una parola grossa, perché non puoi spiegare solo con le parole, deve essere proprio la persona adatta di fare questo lavoro, non qualsiasi persona può farlo, perché devi avere qualcosa dentro, qualcosa di voglia di aiutare, devi essere più generosa, dare senza aspettare che riceve qualcosa…”. La MdQ è una figura, una cerniera, che collega i servizi offerti dalla città con le persone che chiedono aiuto, ma non sanno che quei servizi esistono…

C: e al di là del ruolo, com’è per te, per la tua personale esperienza essere una MdQ?

H: per me è dare senza aspettare di ricevere qualcosa di materiale, la madre di quartiere una è come una madre che dà tutto quello che riesce per poter aiutare il figlio, in tutte le maniere che può, sia sentimentalmente che materialmente… 

C: e come è cambiata la tua vita da quando sei diventata MdQ? Pensi che sia cambiato il tuo ruolo o la tua identità?

H: sai cosa è cambiato? Che non ho solo più la mia famiglia nella mia vita, da quando sono diventata Madre di Quartiere sono entrate tutte le persone che accompagno, una per una. Ogni persona che seguo, la conosco, entro piano piano nella sua vita e cerco di dare il meglio per poter raggiungere gli obiettivi che ci siamo dati all’inizio, durante il colloquio conoscitivo. Ad esempio nella mia agenda ci sono tutti gli appuntamenti con le persone che seguo,  li sento di famiglia, come una parte di me. Adesso ho più famiglie, sento che mi appartengono, che ci sono dentro, e mi sento felice quando aiuto una persona non solo perché raggiungiamo degli obiettivi concreti, anche perché questo lavoro mi rende soddisfatta della mia vita, non solo come donna, sono soddisfatta della mia vita perché penso che questo era il pezzo di Lego che mi mancava, perché ho sempre desiderato aiutare gli altri…

E poi c’è il riconoscimento economico grazie ai progetti, è qualcosa che mi completa e che mi aiuta nella strada per l’indipendenza e per andare avanti…

E’ un lavoro che mi dà soddisfazione, ho sempre desiderato di lavorare in un posto dove posso sentirmi tranquilla, libera e soddisfatta di quello che sto facendo…

C: e ti senti così? 

H: si mi sento così, io ho fatto tanti lavori, però andavo la mattina con con meno voglia di lavorare invece con questo lavoro, anche se ci impegna tanto, anche mentalmente, può rimanere il pensiero “ma domani non so ancora cosa fare con quella signora che ha questo problema…come posso aiutarla a risolverlo?”, ho molte cose a cui pensare, non solo per la mia famiglia, ma per tutti… a volte è davvero difficile o impegnativo, però a me piace farlo! Mi piace…

C: riempie qualcosa dentro di te? Ti dà un senso?

H: si esatto, riempie qualcosa dentro di me…

C: cosa?

H: da qui (si tocca il petto), riempie quel vuoto. Perché ognuno di noi ha qualcosa dove si sente a suo agio, io mi sento a mio agio facendo la Madre di Quartiere. Ad ogni appuntamento vado volentieri, ma anche tutto quello che sta dietro a quell’appuntamento, le chiamate, mail, c’è tanta strada per arrivare quel punto, a me piace e mi piacerebbe chiudere quella cosa… non lo so se…

C: ti piace risolvere, portare delle soluzioni, dei cambiamenti…?

H: si, mi piace provare a risolvere le problematiche che si presentano, e quando arrivo all’obiettivo, guarda, mi sento felicissima, perché ho fatto qualcosa di bello nella mia vita. Ho scoperto che essere Madre di Quartiere mi ha dato più di quello che sto dando io. Quando sono venuta in Italia, avevo bisogno di qualcuno che potesse starmi vicino, anche da lontano, con cui potessi parlare e sfogarmi se stavo male, ad oggi le donne che seguo riescono ad aprirsi, delle volte mi chiamano per delle cose banali…

C: ad esempio?

H: ad esempio mi ha chiamato ieri una donna per chiedermi se un ingrediente dentro l’omogeneizzato fosse sicuro per suo figlio piccolo, è banale, ma lei aveva paura ed una chiamata è bastata per rassicurarla. O a volte mi chiedono conferma rispetto all’assunzione di farmaci o le corrispondenze con le ricette, per noi possono essere cose banali, ma per quella persona, che non sa l’italiano, non sa leggere, avere qualcuno a cui chiedere, vale molto di più. C’è tanto tanto tanto lavoro però,  come ho detto a una signora di 73 anni ieri: “guarda, non ti lascerò mai finché tu sei sistemata, non importa se finisce il progetto o i finanziamenti”. Quando incontri una signora anziana sola, che non parla l’italiano, con la gobba, con la casa…no, non voglio parlare dei dettagli, è disabile ma non ha la documentazione, paga 150 euro di luce perché ha firmato due contratti senza volerlo, delle cose che dici:”mah, ma noi siamo persone? Quando una persona vive in queste condizioni, è vicino a noi, vive con noi, nella mia zona a Torino lei vive così…ma noi siamo umani?

C: ho i brividi ascoltando queste parole…

H:siiiii, un giorno ti porto da lei…

C: si, stavo pensando la stessa cosa.

H: Veramente rimani male, o a volte l’ho chiamata ed erano due giorni che non mangiava perché non riusciva ad andare a comprare un pezzo di pane…ma ti rendi conto ma dove siamo noi? Io ci sono rimasta malissimo, non ti dico l’impegno che ci metto perché voglio raggiungere degli obiettivi con lei. Le ho detto che non la lascerò finchè non avremo risolto la sua situazione, anche se finisce il finanziamento del progetto!

C: qual’è stata la prima cosa che hai fatto?

H: ho subito chiamato l’assistente sociale spiegandole la situazione, per me è una vergogna, per noi come persone proprio,  vedere che non c’è nessuno che può aiutare una signora che non ha da mangiare e per la sua disabilità non riesce più a stare dritta con la schiena. Si è sorpresa e dispiaciuta di non esserne mai venuta a conoscenza, così, abbiamo concordato un incontro a casa della signora per fare una verifica ufficiale delle condizioni abitative e sanitarie. Majuba ha la pensione sociale di 700 euro e qualcosa però paga più di 200 euro di affitto, 150 euro di di luce poi tolte le altre spese non le rimane neanche 100 euro per arrivare alla fine del mese.  L’assistente sociale ha delineato il piano di priorità indicandoci che il primo passo era fare la richiesta del documento di invalidità, in più ha diritto per la domanda di un aiuto di una persona che viene a casa per almeno 4 ore, per le pulizie o per portare pane, acqua, o le prime necessità. Quindi il secondo passaggio è stato quello di andare dal medico curante che ci ha richiesto delle visite, tac, e abbiamo fatto tutto, adesso ho appena ritirato l’esito e lunedì andiamo insieme per per farli vedere al medico, così possiamo procedere con i documenti per il riconoscimento dell’invalidità. In più, sempre al medico legale abbiamo richiesto una visita all’ASL per ottenere l’aiuto a casa. In base alle sue condizioni stabiliscono di quante ore ha necessità, 2,3…vedremo.

Nel frattempo siamo in contatto con l’assistente sociale per qualunque aggiornamento. Intanto procediamo anche con la richiesta dell’ISEE così si può richiedere l’integrazione della pensione di cittadinanza. Pensa che avevo preso l’appuntamento al caf ieri però la signora si è bloccata e non è potuta venire, doveva raggiungermi con la metro ma non riusciva proprio a muoversi,  per fortuna avevo i documenti originali e nel caf sono stati molto comprensivi, abbiamo avviato le pratiche, solo che mancava il contratto d’affitto che gli ho poi inviato come integrazione via email. Adesso abbiamo appuntamento per andare insieme per il ritiro, così  lei firma e possiamo richiedere l’integrazione della pensione. 

C: vedo che questa situazione ti tocca molto, sei molto coinvolta, è così? 

H: si, molto, perchè questa persona…chi deve aiutarla?

C: posso chiederti come vivi questa vicinanza/distanza nella relazione di aiuto?  Come riesci a stare in equilibrio tra il tuo personale vissuto e quello di un’altra persona?

H: sai una cosa? Dipende dai momenti, perché a volte serve più e umanità, più vicinanza, a volte serve mantenere una certa distanza. Ad esempio quando incontro una signora che diventa dipendente e che mi chiama tutti i giorni, mi prendo un momento per spiegarle meglio il mio lavoro, la mia disponibilità, il percorso che abbiamo scelto di fare insieme con gli obiettivi che ci siamo date e che cosa serve fare per realizzare tutto, cerco di rassicurarla…

C: mi risuona molto la parola aiuto, aiutare. Durante il corso di formazione per diventare MdQ abbiamo visto che ci sono tanti modi di aiutare le persone. Come Associazione Terra e Pace abbiamo scelto una particolare forma di aiuto, volta all’autonomia e all’empowerment delle persone che incontriamo…e allo stesso tempo la flessibilità della professione si mescola alla professionalità che si instaura nella relazione

C: com’è stato per te entrare in questa nuova ottica?

H: eh, prima di fare la formazione per diventare MdQ usavo solo la mia parte umana e quella di cuore.. (fa un respiro lungo e profondo)…però non serve solo quello, serve un’altra parte che ci avete insegnato, che è quella che ci permette di raggiungere gli obiettivi che condividiamo insieme alle persone. Prima, quando vedevo qualcuno in difficoltà esprimevo a parole il mio dispiacere ma spesso mi facevo sommergere dal carico che mi portava. Accadeva che andavo in confusione o mi sentivo male. Adesso so che ci sono dei passi che posso fare, unici per ogni persona e soprattutto non sono sola, ho tutto il sostegno da parte dell’equipe e del gruppo delle Madri di Quartiere con le formazioni e le supervisioni continue. C’è chi accompagna chi accompagna.

C: si, è molto importante per noi per costruire relazioni aperte alla possibilità del cambiamento e del continuo miglioramento insieme…

H: e alla fine l’aiuto deve essere concreto. Per renderlo tale abbiamo step, schede, obiettivi e tutta la nostra creatività…definiamo da subito la durata, stabiliamo il tempo. 

C: aiutare verso l’autonomia…

H: esatto, cioè io non faccio tutte le cose per te finché tu sei da solo con le tue gambe no no no, io ti aiuto ad imparare a camminare sulle tue gambe per essere in grado di raggiungere la tua stabilità… 

C: si, nell’approccio che abbiamo scelto di seguire è anche molto importante non etichettare le persone e ricordar loro che si tratta di un momento attuale di difficoltà e che può essere l’occasione per tirare fuori le risorse e i talenti per camminare sentieri non più imposti ma scelti, sulla via dell’indipendenza

H: ci sono donne come Ebtisam che sono da anni in Italia e vanno nemmeno a comprare il pane da sole… l’altro giorno invece dopo mesi di affiancamento e tanti giri insieme è andata da sola a fare l’Isee. Io ero fuori ad aspettarla. E’ stato un passo enorme! Bisogna fare così, se no le persone diventano dipendenti da te…

C: che bello! Questi sono gli obiettivi da celebrare…

In questo passaggio all’autonomia, nell’esperienza che hai avuto, come hai visto le persone cambiare?

H: io ho visto tanti miglioramenti nelle persone che ho seguito, con alcune siamo partite proprio da zero… e poi io sempre racconto la mia esperienza, perché anch’io ero come loro e per raggiungere questo livello ho dovuto lavorare su di me, sono andata a scuola sono andata a imparare, ho fatto tanto per arrivare a questo punto. Non puoi stare a casa seduto e ti arriva l’italiano direttamente in testa. No, dobbiamo uscire… le invito a parlare italiano, anche una parola o due anche al telefono, a volte mischio l’italiano con l’arabo per stimolarle a parlare…e ho visto dei miglioramenti…se non fai così restano sempre indietro..

C: per la tua esperienza, noti che le persone vorrebbero “la pappa pronta”, vorrebbero essere aiutate con il sistema assistenzialistico?

H: uh si si, la maggior parte.

C: ah, e  quali sono le difficoltà per trasmettere il messaggio dell’autonomia? 

H: è difficile dirgli che non sarò per sempre con loro,  mentre loro hanno bisogno di imparare la lingua per aiutare i loro figli,ad esempio per  parlare con la maestra e in generale non devono mai essere dipendenti da altri.  Poi all’inizio io insisto per farle uscire e incontrare altre persone, invece che rimanere chiuse davanti alla televisione nella loro lingua…

C: che cosa le potrebbe aiutare e stimolare ad aprirsi? 

H: avere una persona che sa la loro lingua e poi partecipare a  eventi, magari con un tema, con vari argomenti, sarebbe bello provare con la Comunicazione Nonviolenta…

C: sì, si stiamo cercando dei finanziamenti apposta.. 

H: eh si, perchè per essere utile dovrebbe essere una cosa continuativa…

C: sarebbe bello includere anche i laboratori sull’interculturalità di Celestina…

H: si e alcuni temi possono essere l’educazione dei figli, il contatto con gli adolescenti, la rabbia con la comunicazione empatica, imparare a uscire dall’obbligo…ad esempio ho visto delle donne far fare alle bambine molti lavori di casa impedendo un normale sviluppo di socializzazione e gioco…mi rende molto triste questo…

C: sarebbe anche bello un evento di scambio fra culture…In che modo possiamo incontrarci secondo te?

H: con la cucina! le donne arabe non fanno altro che cucinare, e anche agli italiani piace…

Tornando ad alcune donne egiziane che seguo, ad esempio, loro vorrebbero imparare, ma non vogliono fare sforzi, io le invito a cominciare dai piccoli passi, i cartoni animati dei bambini, il quaderno con le frasi, scrivermi “ciao Houda”, mi basta questo, il giorno dopo “come stai?”…Si possono fare tante cose… 

C: si, facciamo una riunione per mettere giù tutte queste idee… Adesso ti volevo chiedere ancora una cosa, se ti va…ci vuoi raccontare che cos’è per te la passione?

H: ma legata al nostro lavoro?

C: come vuoi, anche nella vita in generale…

H: la mia passione…?(ride) uuh una domanda che non avevo mai immaginato…la passione è aiutare le persone e vedere il loro sorriso, prima di fare anche madre di quartiere era stare semplicemente con le altre persone a parlare…di qualsiasi cosa, mi bastava parlare. 

C: ti piace entrare in contatto e conoscere tante persone?

H: si questa era la mia passione, non non mi piace stare sola, la mia passione è quella di incontrare tanta gente salutare tutti, infatti mio marito si arrabbia ma a me rende felice, allegra…

C: hai bisogno di scambio?

H: si, di scambio, di conoscenze, di parlare di me e anche sentire parlare l’altro, sentire storie, avere uno spazio dove posso anch’io dire la mia, anche se è un po banale, però…

C: credo sia importante avere e darsi uno spazio per raccontarsi… 

H: mi stimola, mi sento felice come una farfalla quando davanti a scuola di mia figlia saluto tutti e chiacchieriamo…

C: che bello! ultima domanda…cos’è per te l’amore?

H: oddioooo (ride)…l’amore, eh si una parola molto molto ampia perché ci sono diversi tipi di amore, c’è un amore legato ad un marito o compagno, ma di questo preferisco non parlare, invece l’altro amore è quello di amare tutti, senza distinguere…

C: (sorride) e come si fa? 

H: amare senza giudicare, si è così, amare senza giudicare. Parlo dell’amore innato in noi… nessuno di noi porta qualcosa quando muore, e meno male che c’è l’amore che non costa niente! E’ una cosa veramente bella l’amore, amare le persone anche se non le conosci,  amare tutto, anche l’ambiente, amare te stessa, perché questa è la chiave della vita… 

C: e tu ci riesci?

H: si, grazie a Dio, si.  Una volta no, pensavo che amare fosse legato solo al matrimonio e ai figli, invece crescendo ho scoperto che dobbiamo amare noi stessi, la vita, le persone…

C: questo è importante da raccontare e condividere, come fai? 

H: quando ami te stessa cominci a fare delle cose meravigliose, intanto do al mio corpo, al mio cervello e al mio cuore quello che serve per stare bene…Quando mi sento proprio tranquilla con me poi riesco a dare molto di più agli altri… 

C: e che cosa diresti ad una persona che magari è in un momento buio, in un momento di difficoltà, per fargli vedere questo amore…per aiutarlo a trovare questo amore nella sua vita?

H: gli farei vedere come può partire da se stesso…sei un cuore e un cervello, e questi possono lavorare per te e anche per la società…oggi abbiamo bisogno di umanità e di amore…

C: mi vengono i brividi! Grazie per questa condivisione…

H: grazie a te di questa possibilità…

(Racconto liberamente rielaborato dall’autrice_Chiara Bertalotto)

STORIE INVISIBILI: Jennifer, Ecuador

Le difficoltà possono arrivare in qualunque momento. 

A chiunque, e in qualunque situazione.

Il progetto Madri di Quartiere è un supporto laddove esiste un disagio,

 un ponte verso il riconoscimento di sé e delle possibilità offerte dai servizi sul territorio cittadino, garantendo sia  un orientamento puntuale che un accompagnamento professionale e personalizzato.

Le Madri di Quartiere sono donne al servizio del cambiamento,

per migliorare, crescere e costruire insieme un mondo di connessioni, di relazioni e di pace.

 Un lavoro che le vede impegnate nella ricerca delle potenzialità e delle risorse che abitano ogni essere umano,

nel loro manifestarsi, rimettendosi in cammino.

Un lavoro che nutre il cuore e rinnova, ogni giorno,

 il senso.

TORINO, PERIFERIA NORD-OVEST. SINCRONICITA’, UN RACCONTO.

C: ciao Jennifer, grazie per avermi accolta in casa tua. Ti va di raccontarci come è avvenuto, per te, l’incontro con il progetto Madri di Quartiere?

J: sì certo. Eh, io sono di religione cristiana e all’interno della mia chiesa c’è un gruppo dedicato alle donne che si riuniscono per lo studio della Bibbia.  Sul gruppo whatsapp una di queste donne aveva condiviso che c’era un progetto chiamato Madri di Quartiere ma, quando ne ho sentito parlare per la prima volta, non mi sono interessata perché non vivevo una situazione di disagio. In quel momento, sia io che mio marito lavoravamo e non abbiamo avuto bisogno di aiuto fino a quando non ci siamo ritrovati in grossa difficoltà economica. E’ successo quando lui ha deciso di lasciare il lavoro spinto da una forte preoccupazione, si è trattato di una scelta non ragionata per via dello stato di malattia dei nostri figli. Sono entrambi epilettici perché lui ha una mutazione genetica che produce epilessia e quindi entrambi i bambini l’hanno ereditata. Quando è successo ero incinta del secondo figlio e mi sono ricordata di quel messaggio in cui avevo letto che si aiutavano anche famiglie con bambini…quindi ho provato a telefonare e mi hanno messa in contatto con una MdQ della mia zona. Quando ci siamo viste, mi ha accolta con un grande sorriso, uno sguardo di speranza e una voce rasserenante, che a pensarci adesso mi commuovo

C: uau, mi arriva forte la tua commozione, ho la pelle d’oca…

J: (mentre si asciuga le lacrime) si, davvero un bel ricordo. 

C: è stato nutrito il tuo bisogno di accoglienza…?

J: sì esatto, mi sono sentita proprio sostenuta. Sai, quelli erano giorni difficili, quelli in cui  non riesci ad avere tutto sotto controllo, non riuscivo ad avere proprio niente sotto controllo e ho visto arrivare un aiuto, la MdQ si è subito mossa. Quel giorno fortunatamente c’era la consegna del banco alimentare e lei è riuscita a inserirmi per farmi avere subito un pacco viveri. Non avevamo da mangiare a casa, non avevamo proprio nulla, il frigo completamente vuoto, il conto in rosso e pieni di debiti, insomma…non che tutto questo sia cambiato completamente, però adesso so che tutto questo è un processo nel quale la MdQ non mi ha mai lasciata sola. E’ una condizione dalla quale stiamo cercando di uscire e so che lo faremo un pò per volta. Ho fiducia adesso perché, a piccoli passi, vedo che ci stiamo già riuscendo. Quindi quel giorno sono arrivata a casa e c’era da mangiare, uau, ed ero incinta all’epoca, si, considerando tutto l’insieme è stato davvero molto difficile. Ho però fatto delle grandi scoperte, perché la MdQ mi ha fatto conoscere altre realtà, come ad esempio la parrocchia vicino a casa (con il banco alimentare) e il CAV (centro di aiuto alla vita), poi mi ha accompagnata alle visite pediatriche, ma anche mi è stata di sostegno al telefono, mi ha fatto un pò compagnia quando ero sola, e alla fine di ogni chiacchierata mi chiedeva se avevo bisogno di qualcosa, rassicurandomi che potevo sempre contare su di lei.

Da parte mia però, non essendo abituata a chiedere aiuto a nessuno, nel mio pensiero c’era: “se chiedo aiuto sto disturbando la persona, mi preoccupa pensare che possa sentirsi soffocata  o che pensi che le manco di rispetto o che mi possa approfittare di lei”,  la MdQ invece, con la sua disponibilità ed apertura, mi ha aiutato ad avere il coraggio necessario per alzare il telefono e domandare qualcosa quando ne avevo davvero bisogno.

C: ti va di raccontarci come è stato il tuo percorso da quando sei arrivata in Italia?

J: si, sono sono qua dal duemiladodici, da giugno. Sono arrivata perché mia madre abitava già qui.

C: e sapevi già la lingua?

J: no, ho imparato tutto qui…

C: uau, parli benissimo!

J: sì l’ho imparato qua, anche grazie a mio marito che è italiano… e poi ho un particolare apprezzamento verso la cultura italiana, per cui cerco di fare il mio meglio…(ride). E quindi sono arrivata qua perché mia mamma voleva portarmi tramite il ricongiungimento familiare, in modo che ci potessimo ritrovare. Sai, lei è qua da 20, 21 anni quindi si può comprendere bene il mio senso dell’abbandono. Io non sono cresciuta con i miei genitori perché anche mio padre è partito per gli Stati Uniti, ma lui non è mai tornato indietro per via dei documenti. Abita lì da quando ho sei anni e non l’ho mai più rivisto di persona da allora, quindi figurati…

C: e vi sentite?

J: sì sì ci sentiamo, ma non è la stessa cosa come avere il contatto fisico, poter condividere quei momenti tra padre e figlia per me è sempre stato un sogno, ed è lo stesso anche per mia sorella. Lei è più piccola, ha ventun anni, mio padre è partito dall’Ecuador che aveva solo una settimana di vita, e dopo un anno è partita anche mia mamma.  Devo dire che mia nonna ha fatto un lavoro straordinario con me e mia sorella, chissà dove sarei ora… e invece è stata molto in gamba…

E quindi sono venuta qua inizialmente con un interesse verso la conoscenza del paese, per uscire dal mio mondo e dal mio stile di vita

C: che cosa facevi in Ecuador?

J: quando sono partita avevo diciotto anni e stavo facendo il primo anno di università in comunicazione visiva, ho mollato tutto e sono venuta inizialmente per stare qualche mese, ma poi…non ce l’ho fatta a ritornare. Qui il modo di vivere, l’ambiente, è completamente diverso, c’è un’altra concezione e c’è una possibilità di dare qualcosa di meglio per il futuro dei propri figli. Anche se magari molti italiani possono pensare il contrario, e vogliono andare all’estero, rispetto alla mia condizione iniziale, di non dico povertà, però non proprio una vita così dignitosa, quindi posso dire che ho fatto un salto di qualità nello scegliere di venire qua.  E poi ho conosciuto mio marito eeeeeh… (sorride).

C: ti sei innamorata?

j: si, e ci siamo sposati nel 2016.

C: che cosa ti piace fare? Sei riuscita a trovare una qualche forma di espressione?

J: sì, all’inizio come baby sitter con un bambino di tre anni, che mi ha aiutata a imparare l’italiano, mi correggeva spesso le parole, tipo: “no non si dice così…ma così”, ho imparato tanto anche con la tv e cercavo di leggere qualunque cosa per migliorare il vocabolario. Ho  anche frequentato quel corso di italiano per stranieri che dura un anno, e poi un corso finanziato dalla regione per diventare tecnico multimediale di design, che più o meno si avvicinava a quello che studiavo giù. Poi ho iniziato a fare dei lavori  di  grafica, anche per le partecipazioni, bigliettini e tutto quello che è richiesto per i matrimoni…

C: aaaah buono a sapersi…!!:)

J: si, ah, ho fatto anche l’insegnante di lingua spagnola, sia come ripetizioni individuali che in un corso serale per disoccupati ad Asti. Avevo anche aperto una partita iva ma poi mi sono vista costretta a chiuderla.

C: uau, sei giovanissima…

J: eh si, ho ventisette anni, (sorride) e cosa altro dirti? Insomma non sono mai stata ferma ecco, e non mi è mai piaciuto dipendere da nessuno e per questo è stato difficile in certi momenti chiedere aiuto alla Mdq, ma mi ha aiutato tanto, quindi…

C: ti ha aiutato a vedere come molte volte chiedere aiuto non è una forma di debolezza ma un grande atto di forza e coraggio…mettere a nudo la propria vulnerabilità?

J: sì, certo. Lei mi ha anche aiutato anche a non agitarmi per nulla e se in alcuni momenti vedeva che non riuscivo da sola mi dava supporto, ma sapevo che la volta successiva avrei potuto fare da me. Le prime volte è bello poter fare le cose insieme ma lei è sempre pronta a spronare, è sì la mamma, ma non è la mamma che ti dà la pappa pronta. 

C: che bello sentire queste parole, grazie…

Si, cerchiamo di trasmettere proprio questo, il progetto Mdq promuove l’empowerment anziché forme di aiuto assistenzialista…

J: e già. Dai,(ridendo), domandami tu e io ti rispondo… 

C: va bene:), stavi raccontando che ad un certo punto, nel bel mezzo di una vita serena, felice, c’è stato un grosso cambiamento…la malattia di tuo marito, poi trasmessa ai tuoi figli e anche nel più piccolo che avevi nella pancia, e la scelta improvvisa di di lasciare il lavoro…

J: sì, c’è stato questo improvviso cambiamento dovuto al fatto che mio marito si è licenziato perché vivevo una gravidanza a rischio…

C: quindi l’ha fatto per starti vicino?

J: si in qualche modo si, perché con l’altro bambino piccolo non riuscivo a muovermi, non riuscivo nemmeno a portarlo all’asilo, non riuscivo a sollevarlo… non riuscivo quasi a fare niente, e quindi…Dove lavorava gli hanno fatto un pò di pressione, non che gli abbiano proprio detto: “vattene”, però nel suo reparto lui era l’unico responsabile della sua area. Faceva il disegnatore meccanico ed era l’unico tecnico in grado di lavorare al computer, senza di lui la produzione non andava avanti. Per un pò di tempo è stato a casa però, dopo ripetuti solleciti, considerando l’ambiente di lavoro, le condizioni di salute peggiorate del bambino, la mia gravidanza, ha dato le dimissioni senza pensare a quello che sarebbe successo dopo. Ci siamo ritrovati senza tredicesima, senza lo stipendio, con i finanziamenti da pagare e mi stava scadendo il contratto con l’università perché entravo in maternità…e quindi boh, cioè, come dire…

C: quindi quasi da un giorno all’altro vi siete ritrovati catapultati in una nuova vita…è così?

J: esatto!…da un giorno all’altro senza niente. Abbiamo visto la busta paga a zero e allora ci è crollato il mondo addosso…

C: in quel momento non avevate una rete di sostegno?

J: no, nessuno che ci potesse aiutare. Anzi altre persone vicine dipendevano dal nostro aiuto e anche loro si sono trovate in seria difficoltà, si è aggiunta anche questa preoccupazione, di non sapere come fare anche per loro… 

C: in quel momento vi siete sentiti da soli?

J: si da soli, persi e senza nemmeno poter sostenere gli altri, quindi per noi è stato un problema, ma anche gli altri ne hanno risentito.  Sai, quando puoi dare qualcosa a qualcuno e all’improvviso non lo puoi più dare, almeno per me, che vengo da una situazione dove da piccola non avevo tutto il necessario…io capisco e comprendo che cos’è avere, e che cos’è non avere. Quel senso del non avere fa sì che se posso faccio qualcosa per dare agli altri e invece quando mi sono ritrovata in quella situazione non sapevo veramente cosa fare, ci siamo ritrovati davvero in difficoltà e per me è stata una salvezza trovare il progetto Madri di Quartiere. Ho pensato: “Uau, c’è qualcuno che pensa a persone che come me possono vivere un periodo di difficoltà”, non so neanche immaginare chi costantemente ha ancora più difficoltà ad uscirne, magari mamme da sole, io meno male che ho mio marito. Ecco, è stato per me sia un un sostegno che un sollievo, un aiuto e lo è tuttora..

C: in questo momento che tipo di aiuto ti sta dando la MdQ?

J: allora, se ho bisogno di qualcosa lei subito entra in contatto con la rete delle altre Madri di Quartiere e mi indirizza verso altre persone, mi aiuta a trovare i servizi che se ne occupano, sia pubblici che privati. Lei cerca gli sportelli, le associazioni e le realtà che mi possono accompagnare verso la risoluzione dei vari problemi o per esempio, se ho bisogno di andare a una visita mi accompagna. Non sembra, ma con i due bimbi così piccoli diventa difficile perché non ho la macchina, ci muoviamo con i mezzi e lei mi dà una mano o manda qualcun altro. Oppure, quando abbiamo preso il Covid, lei è andata in farmacia per noi, ha anche messo soldi di tasca sua, anche per questo le sono grata perché non chiunque lo farebbe. Secondo me il suo lavoro è al di là di essere un lavoro, è il suo desiderio di voler aiutare a dare valore.  Probabilmente perché c’è passata anche lei e questo lo rende più “umano” di un lavoro…

C: per me è molto toccante questo… sentire queste parole, sentire come va oltre, anche in questo momento, come sia un lavoro che va oltre il lavoro, non è un lavoro d’ufficio, sfocia nell’umano, nella relazione, nello scambio e nella crescita reciproca…

J: Esatto, sì penso alla bellezza dello stare vicino ad altre persone e mi vengono in mente anche le persone che stanno dietro al progetto, ed è importante che si faccia conoscere, si faccia sapere, anche per chi come me, vive un momento di serenità finanziaria ma può conoscere altre realtà e altri mondi, altrimenti sommersi. Ecco, finché non vivi il vero disagio, sei nel tuo metro quadro e dici, “io sto bene nel mio comfort, non penso a gli altri…”, però se osservi bene vedi che esiste un mondo al di là della tua comodità, al di là di quelli che possono essere i tuoi problemi, c’è anche altro, no? E quindi questo mi ha fatto scoprire questa situazione: vedere che ci sono persone che possano essere di sostegno in queste situazioni, sì non lo pensavo…e pensavo che saremmo andati sotto un ponte…(ridiamo)… non conoscevo nulla di tutto ciò, sono davvero grata…

Dai domandami qualcos’altro!

C: mi sento commossa da quello che dici, mi arriva proprio il calore umano e l’affetto, essere anche per gli altri esseri umani… Mi sembra di vedere nella realtà come un’esperienza difficile può essere anche un’occasione per incontrarsi, e scoprire come siamo tutti e tutte interconnessi…!

MdQ: e poi sapere che ci sono altre persone nel mondo e che tu non sei da sola, ci sono altre persone che pensano davvero a te…

J: e si questo è vero, lei me lo dice sempre: “non sei da sola”, questa è la sua frase, però sai lei lo dice e lo fa, mi fa sentire che non sono da sola e facendo così mi dà un esempio per essere anche io di compagnia o supporto per qualcun altro, cioè chiunque può essere quella seconda persona per qualcun altro. Ad esempio se  ho un pacco di pasta in più, lo posso dare a qualcun altro perché ho un riferimento che mi hai insegnato che in questo processo che stiamo attraversando non sono da sola, quindi perché dovrei lasciare qualcun altro da solo? Se qualcun altro può, allora anche io posso farlo, è proprio una rete di sostegno, come un circolo virtuoso di crescita reciproca…

C: uau, uau. (Ridendo) ti piacerebbe fare la Madre di Quartiere allora?

J: mah, può darsi che io sia portata, non lo so (ride)… 

C: che bello, mi smuove molto tutto questo…

Mi ha colpito quando dici che è come se ognuno vivesse nel suo orticello, nella sua bolla finché non scopre che c’è dell’altro…

J: è vero…

C: scoprire che siamo insieme per qualcosa, per un fine comune…

Un altro aspetto che mi dà molto senso è la possibilità di incontro fra culture diverse. Come Associazione Terra e Pace stiamo facendo un grande lavoro con la Comunicazione Non Violenta ispirata al modello di M.B.Rosenberg, che parte dal presupposto che tutti gli esseri umani hanno gli stessi bisogni. Così, vedendo il denominatore comune a tutti gli esseri umani possiamo più facilmente abbattere i muri della paura avvicinandoci nella scoperta della propria unicità. Oggi celebriamo tre culture e tre parti del mondo insieme, dall’Africa, dall’Europa e dall’America del Sud, tre donne che abitano e si vogliono prendere cura di questo pianeta, al di là della nazionalità, confini, religioni o opinioni…

J: io questo l’ho notato tanto nella MdQ, lei è molto rispettosa ed empatica nei miei confronti, della mia cultura, del mio carattere e quindi questo mi piace, mi aiuta ad aprirmi ed essere autentica. Accoglie tutto quello che le porto con una calma incredibile e con il sorriso, mi chiedo: “ma come fa?”. Perché poi alla fine sono le differenze che ci rendono persone comuni,  abbiamo qualcosa in comune e abbiamo l’essere diversi, però questo non deve essere un motivo di divisione, anzi, come hai detto tu, siamo esseri umani e sono le differenze a renderci comuni. Poi, se c’è il rispetto alla base, l’apprezzamento verso il prossimo, non ci sono ostacoli, la MdQ non si è mai limitata a causa della mia origine, né per la mia condizione economica. Per me il segreto di Madri di Quartiere è donare a chi non può ripagare, a chi non  può dare indietro o in cambio qualcosa, che secondo me è meglio di quando si dà con l’aspettativa di avere qualcosa in cambio. Perchè alla fine stai dando con la consapevolezza di non ricevere, è come un voler bene l’altra persona senza un interesse personale…

MdQ: esatto, è quello che stavo dicendo a Chiara prima…l’ho trasmesso a lei…ridendo)

J: (ridendo tutte e tre), si è vero!

C: ti ringrazio della tua apertura e voglia di metterti in gioco. Ci hai già raccontato molto…ti va di dirci che cosa ti ha insegnato questa esperienza con il progetto MdQ?

J: Volentieri, mi hai insegnato che il concetto di madri è vero, e viene applicato, perché c’è una cura come mamma chioccia con il suo pulcino. C’è stata questa apertura delle braccia, di accoglienza delle ferite, un aiuto, “un essere con te, ti sostengo”. E quindi questo, mi ha lasciato proprio il sostegno. E’ come quando c’è quella luce in fondo al tunnel e una voce che ti dice andiamo, non sei sola. E nel frattempo è stato un percorso di accompagnamento e quindi, anche questo mi ha lasciato. Eeeeh…penso che è qualcosa che porterò con me, che non dimenticherò mai. Questa mia esperienza che ho vissuto come famiglia, ma anche il lavoro che state svolgendo sarebbe bello se fosse più conosciuto, le persone lo devono sapere e lo devono finanziare!!!! (ridiamo)

Perchè ci sono persone che sicuramente ne hanno bisogno, quindi…

C: (con le mani giunte) ti ringrazio…speriamo!

J: grazie a te…

C: e adesso, come state rispetto a quando hai iniziato il percorso con la MdQ?

J: allora, adesso mio marito ha trovato un lavoro, ma non con lo stesso stipendio che avevamo all’inizio e dato che abbiamo tante spese, l’affitto da pagare, le bollette arretrate, tra tutto quanto alla fine rimaniamo senza nulla, però abbiamo da mangiare anche grazie a quello che ci danno al banco alimentare. Alle volte è difficile come quando stavamo andando in macchina per una visita del piccolo, eh sì, siamo rimasti a secco in mezzo alla strada. Pensavamo di farcela e invece siamo rimasti senza benzina, per fortuna dei ragazzi sono venuti ad aiutarci a spostarla, e c’è stato un miracolo, una persona che era lì e ha visto la scena ci ha detto che sarebbe andato lui a prendere 10 euro di benzina…noi siamo rimasti così (faccia di stucco)…ok! Perché non avevamo un euro, niente, cioè avremmo lasciato la macchina lì e saremmo andati a casa a piedi…

Eh si, ci sono stati momenti difficili, ora la priorità è riuscire a coprire le spese per non perdere i servizi, almeno la luce. E anche la proprietaria di casa ci ha dato delle scadenze…siamo indietro da mesi, mio marito ha iniziato a lavorare dal mese scorso e gli hanno appena pagato lo stipendio ma già non c’è più niente. Il CAV ci passa i pannolini fino al compimento del suo primo anno di età, e questo è già un grande sostegno e anche se c’è bisogno di latte loro me lo danno, invece per l’altro figlio no. Pensa  che qualche settimana fa sono rimasta senza pannolini e ho dovuto arrangiarmi con quelli della taglia più piccola. 

In tutto questo però stiamo imparando a gestire meglio quel poco che abbiamo, perché forse prima sprecavamo tanto in cose futili, uuuum invece ora stiamo imparando le priorità… sono sicura che ce la faremo ecco…

C: ti senti fiduciosa nel vedere tutti i grandi passi che avete già fatto?

J: il fatto che lui abbia trovato un lavoro, che ci serve almeno per pagare l’affitto e le bollette è già un sollievo per me.  Poi da qualche parte il mangiare, secondo me, non ci mancherà. Magari non possiamo fare la vita che vorremmo per i nostri figli, passeggiate di qua e di là, o il gelato, per dire, che può sembrare una stupidaggine ma non troppo, eh ma per ora va bene così…

C: ti senti grata? 

J: (commossa) sì. Passerà esatto, è solo momentaneo.

C: e si…

MdQ: non c’è niente permanente, tutto è una fase, sei già in un nuovo inizio…

C: ci stai mostrando anche la vostra forza, questa difficoltà la state vivendo davvero con coraggio…e stai imparando tanto…

J: sì, stiamo crescendo proprio come famiglia, effettivamente la situazione economica può essere un problema all’interno del matrimonio, siamo addirittura arrivati al punto che me ne stavo andando via di casa, dove non lo so!!!…però me ne stavo andando. Eeeeeee…e poi invece, abbiamo cercato di ritrovare l’equilibrio. E’ stata una disciplina per me non incolpare mio marito per la scelta che  ha fatto, proprio perché ero in disaccordo. Pur essendo una coppia per me è stato difficile non puntare il dito contro di lui, magari quando non c’era la pasta da dare da mangiare al bambino, riuscire a non puntare il dito, è stato davvero difficile. Oppure quando il piccolo doveva fare un esame del sangue in ospedale necessario per la visita di controllo delle convulsioni, e in ospedale ci han detto che non potevano praticare quell’esame così come era scritto nell’impegnativa del medico, se volevamo c’era la possibilità di farlo a pagamento, costava solo 15 euro ma noi non li avevamo. Il bambino così non ha fatto quel tipo di esame, eh, in quel momento…lo sai…

C: hai provato molto dispiacere? Non sei riuscita a prenderti cura di tuo figlio così come avresti voluto?

J: si e ho provato anche tanta rabbia nei suoi confronti, perché spesso gli dicevo “siamo così per colpa tua”, e poi ho capito che forse lo stavo uccidendo in quel modo, che forse non era quella la strada, che forse anche lui aveva il diritto di sbagliare. Solo che siamo adulti e quindi si pagano le conseguenze, va bene, però eh…(squillo del il suo telefono)

J: era mio cognato che sta andando a prendere il pacco alimentare perché con tutti e due i bambini insieme non ce la faccio ad uscire di casa adesso…

C: chi porta all’asilo il più grande?

J: mio marito, sì, per fortuna. Riesce ad incastrarlo con gli orari del nuovo lavoro nel Caf. Il più grande, che adesso ha due anni vuole camminare da solo, ma insieme al neonato, non riesco a direzionare la mia attenzione e rischia spesso di scapparmi oppure se in un momento vuole iniziare a giocare e io non posso, inizia ad urlare e fare i capricci, allora diventa difficile…

MdQ: infatti, adesso l’ultimo passaggio che manca rispetto agli obiettivi che ci siamo date è quello di contattare i servizi sociali. Ho  già parlato con l’A.S che la seguirà, ma quando ha cercato Jennifer al telefono lei aveva appena partorito e non è riuscita a rispondere al telefono…siamo in attesa…

J: si, ho provato a richiamare diverse volte e ho lasciato il mio numero nella segreteria…

C: ah giusto, perchè adesso si può andare negli uffici solo più tramite appuntamento…?

MdQ: eh si…

C: è fondamentale questo passaggio, anche per ottenere l’assegno per i minori…

J: il bello del progetto Madri di Quartiere è poter conoscere ed entrare in contatto anche con altre reti di sostegno, si aprono mondi… 

C: è vero, scopriamo come siamo tutti interconnessi…

In quel momento, (il caso forse proprio non esiste e le coincidenze ci indicano la qualità della strada che stiamo percorrendo?), si in quel preciso attimo dello scambio suona il cellulare della MdQ. Si, era l’assistente sociale. Proprio mentre ne stavamo parlando…le passa Jennifer…

(Stralci della telefonata)

A.S: buongiorno Jennifer, come va?

J: eh difficile, ma non perdiamo le speranze…si c’è il problema della genetica che comporta la malattia anche per il nuovo nato, dell’altro che ha due anni hanno già riconosciuto l’invalidità…

A.S: ha il verbale?

J: si, glielo invio allora. Adesso anche l’altro bambino ha la visita neuropsichiatrica e quindi anche per lui mi riconosceranno la sintomatologia e poi dovrò aspettare il certificato dal medico come ho fatto con l’altro bambino per l’invalidità, anche per lui[…] ok, allora aspetto una sua conferma della ricezione della mail…

A.S: si certo e poi ci sentiamo in questi giorni per vedere come procedere…

J: va bene ok, e come tempistiche come siamo? Perché abbiamo dei pagamenti arretrati e rischiamo che ci vengono a chiudere la luce e tra un po ‘ anche il gas, è questo… e se occasionalmente avessi bisogno di una baby sitter, come posso fare?[…]Perfetto, allora attendo indicazioni, molto gentile, grazie, buongiorno…

MdQ: finalmenteeeeeee, grazie!!!

C: uau evviva, al posto giusto nel momento giusto, ti ha confermato la presa in carico?

J: siiiiiiii evviva! La presa in carico*, perché potevamo essere presi o per l’isee basso o per il riconoscimento dell’invalidità,  e anche per questo è stato difficile poter pagare il certificato del medico ma ce l’abbiamo fatta! Ehmmm, quindi avendo già un certificato dall’altro figlio, per lui dovremmo fare la stessa procedura, un medico legale deve vedere tutta la sua documentazione e poi deve fare un certificato, poi viene fatta la domanda tramite un Caf e poi risponderanno… mentre per la questione degli affitti mi ha chiesto qualche giorno per parlare con altri servizi… 

C: dai è andata bene…!!! che bello 🙂 Prima che andiamo via, ti vorrei fare l’ultima domanda se ti va..

J: si, si 🙂 vai…

C: ti vorrei chiedere se c’è qualcosa che vuoi dire al mondo… (ridiamo tutte e tre), per il mondo di oggi…

J: allora, fammi pensare…

C: che cosa secondo te il mondo ha bisogno di sentire?

J: ok, io penso che il mondo ha bisogno di sentire e di comprendere la parola umanità. Umanità, verso il prossimo, chi conosci e chi non conosci, e verso chi ti sta a fianco, i tuoi figli, tuo marito, i tuoi vicini, questo mi ha insegnato questa situazione, a rispettare il fatto che anche gli altri possono sbagliare. E allo stesso tempo che non è di mia competenza giudicare o dare un peso allo sbaglio che questa persona ha fatto, ed essere disposti a perdonare, essere disposti a donare il perdono per gli altri e per se stessi, per vivere meglio. Anche concedersi la libertà di aiutare qualcun altro, perché aiutare per me è libertà, è poter liberare te stesso oltre a liberare la condizione di un’altra persona. Quindi essere più umani secondo me, è quello di cui il mondo ha bisogno…

MdQ:  hai tanta roba da scrivere eh? (ride)

C: uauuuuu, sei giovanissima ma nelle tue parole ritrovo moltissima saggezza, mi risuona quando parli dell’accoglienza, del non giudizio e del perdono, come liberazione. Mi viene da aggiungere anche la possibilità di essere liberi di non dover assolvere nessuno da una colpa, non spetta a noi farlo semmai, ed essere liberi di poter esprimere quello che siamo senza  giustificazioni, scuse o bugie. Anche la parola umanità fa vibrare un mondo di verità dentro di me…grazie!!!

J: grazie a te 🙂

C: sì sono davvero felice di poter raccontare questo incontro, ho sentito molta connessione oggi, e mi farebbe un enorme piacere se qualcun altro potesse in qualche modo beneficiare delle tue parole, del tuo racconto, della visione che hai del mondo, non solo saggezza ma anche maturità…mi dà molta fiducia per il futuro tutto questo… 

J: (ridendo) chissà se un domani potrei diventare una Madre di Quartiere…

MdQ: c’è un posto per lei?

C: certo! Stiamo cercando il bando giusto e i finanziamenti per proseguire il progetto, abbiamo delle cose belle che bollono in pentola, anche per formare nuove Madri di Quartiere. Il gruppetto attivo adesso sta seguendo la formazione continua e la supervisione, proprio perché non è un lavoro individuale. Contribuiamo a mantenere uno spirito di gruppo e di condivisione dei successi e delle difficoltà, così che ognuna sappia che se ha bisogno può contare sulla rete e sulle altre MdQ, l’equipe che sostiene questo progetto è molto articolato…

J:  io mi auguro che sia così per voi…che vi aprano le porte, questo sarebbe indispensabile…e posso farti io una domanda? Come nasce Madri di Quartiere? 

C: il progetto nasce a Berlino in una comunità turca ed è stato poi portato qui a Torino, prima solo nel quartiere di San Salvario, e poi esteso a tutta la città da un’Associazione che si chiama “Il Mondo di Joele”, dove lavoravo prima e dove si è incontrato il nucleo che ha fatto nascere Terra e Pace. Ad oggi sono state formate più di 40 donne di 15 nazionalità diverse…eh in effetti dell’Ecuador non c’è mai stata nessuna…(ridiamo)

J: allora sarebbe l’occasione giusta! Poi se in qualche modo io posso contribuire per ripagarvi a mia volta, vi posso offrire le mie capacità grafiche…

C: uau, grazie, che bella questa offerta! Noi siamo alla continua ricerca di sostegni di varia natura, ci sono alcuni volontari che ci offrono le loro competenze e il loro tempo, senza i quali non saremmo arrivati qui e senza i quali non potremmo continuare a esistere…

Grazie di cuore Jennifer, grazie per averci dedicato questo spazio a presto…

MdQ: ciao, ci sentiamo.

J: va bene, grazie a voi per questa possibilità.

(Racconto liberamente interpretato. Testo e foto Chiara Bertalotto)

“A tutela della privacy dei soggetti coinvolti alcune informazioni rispetto a nomi o luoghi della narrazione possono essere inventati”

Profili Madri di Quartiere: Julia, Brasile


C: ciao Julia, ti va di raccontarci che cosa ti spinge a fare la MdQ? Cos’è per te essere una Madre di Quartiere?

J: eh per me la MdQ è una persona che ha una responsabilità, che lavora con responsabilità e con un desiderio di aiutare gli altri con rispetto, perché lavoriamo con tante persone diverse dalla nostra etnia e quando stiamo aiutando gli altri stiamo aiutando anche noi stessi, e anche da loro noi riceviamo tanto. E’ bella anche questa parte, si tratta di uno scambio, tu stai donando e credo che sia più bello donare che ricevere…

J: eh ricevo tanti grazie, tante volte un abbraccio, tante volte vedo gli occhi che brillano quando le persone mi vedono, come una forma silenziosa di ringraziamento, e dei messaggi di buongiorno alla mattina, e tante volte anche alla sera. Sai, queste cose non sono poco, perché sono persone che non mi conoscono tanto, ci sono stati dei colloqui e degli incontri iniziali, ma non sono persone della famiglia, no non sono persone tanto conosciute e rimango sempre sorpresa della vicinanza e della connessione che sento. All’inizio sono più io che conosco loro e poi pian piano anche loro me, ed è bellissima questa relazione che si crea.

C: e che cos’è che ricevi?

C: e quando parliamo di aiuto, in questo progetto, lo spirito con cui lo facciamo è di aiutare le persone a rendersi autonome, indipendenti. Vorrei che mi raccontassi com’è per te questo cambio di prospettiva, e anche, come si fa ad aiutarle ad uscire dalle etichette e vedere che si tratta di un momento di difficoltà e non sarà per tutta la vita…

J: certo, io dico sempre ad esempio, che una famiglia sta momentaneamente in difficoltà, per far loro comprendere che quello è il momento in cui hanno bisogno, bisogno del mio aiuto, che io gli stia vicino, ma che piano piano anche loro potranno poi lasciare quella parte di difficoltà e iniziare un nuovo percorso. Quando porto loro del cibo non gli porto solo il cibo, in quel momento stanno ricevendo anche il mio affetto e vicinanza perché ne hanno bisogno, ma allo stesso tempo li sto aiutando a cercare un lavoro, perché nel futuro siano loro in autonomia a  procurarsi quel cibo. E’ importante trasmettere anche questa parte, che in quel momento loro stanno ricevendo ma poi potranno iniziare a fare da sé…

C: cerchi di trasmettere il messaggio che sono all’interno di un percorso verso l’autonomia, è così?

J: si, anche quando si tratta di andare in qualche servizio, all’inizio io li porto, li accompagno, fisso gli appuntamenti e cerco la strada, faccio tutto, per arrivare poi a far sì che si sentano tranquilli e possano fare tutto da soli. In una seconda fase continuo a esserci solo come supporto telefonico in modo da dare la sicurezza che possono continuare ad appoggiarsi se c’è qualcosa che non capiscono, questo li aiuta a continuare a camminare, a non perdere la fiducia finchè non hanno trovato il loro equilibrio.

C: grazie Julia. Vorrei chiederti ancora se mi racconti, anche se è un pò difficile da raccontare, quella che è la tua passione, cioè che cos’è la passione per te?

J:( ride) è un po’ difficile in effetti questa domanda.

C: eh si, si…

J: la passione è avere una relazione con le persone e comprendere le loro necessità e allo stesso tempo aiutarle a trovare le loro risorse personali, i talenti, è qualcosa che hanno dentro, non è qualcosa di esterno. E’ qualcosa di interiore che può anche aiutarci a crescere, no? La passione è ciò che mi spinge a fare questo lavoro, a crescere e portare la gioia che sento nello stare vicino a chi è in difficoltà. Mi dà senso e significato.

C: grazie, ancora una cosa se ti va, l’amore che ruolo ha nella tua vita?

J: aaaaah. Dunque per me l’amore è qualcosa di forte e semplice allo stesso tempo. Non è qualcosa che si crea, è qualcosa che  viene da dentro. E’ semplice, viene fuori, come quando pensi di non piacere a nessuno e invece incontri l’amore della tua vita, non so, è qualcosa che coinvolge le persone, il tocco gli uni degli altri e tante volte c’è un amore anche per delle persone che non si conoscono. Tante volte l’amore è anche per persone che non ti aspetti, no? L’ amore è qualcosa di molto bello e semplice perché tu lo doni anche quando pensi di non volerlo donare, funziona così anche nel lavoro di MdQ.

C: e come si fa a coltivare questo amore?

J: il segreto è amare!

C: e come?

J: eh. Seminando. Se semini amore senza aspettarti nulla indietro, ritorna sempre, sempre c’è qualcosa che viene fuori, ed è importante sottolineare che non è che facciamo le cose per ricevere qualcosa in cambio, le facciamo perché è normale seminare, l’amore ha anche questa forma. Si semina e quando meno ce lo si aspetta si riceve, e se non si riceve non importa, perchè si sa che il seme cresce sempre e continua a crescere… 

C: possiamo dire che nella tua vita c’è tanto amore? (ridiamo) 

J: credo di si, tanto, eh tanto. E anche per quelle persone che non lo meriterebbero tanto (ride). E’ importante donare anche a loro, perché tutte le persone hanno bisogno di sentirsi amate, hanno bisogno di sentire che c’è qualcuno che non guarda le loro debolezze, o la forma del loro essere. E’ importante che si sentano amate. Quando accade questo le persone si sciolgono, non si tratta di aspettare che arrivi l’amore di qualcuno, a me sembra che si sciolga quella specie di cappa che oggi vedo in tante persone.  Questa cappa che spinge ad essere forte, che fa sì che non si voglia esser sensibili verso certe cose. Quando sento che riesco a donare amore e queste persone si sentono amate, le cappe si sciolgono un po ‘, qualcosa in loro cade.

C: per cappa intendi qualcosa tipo un’armatura, una protezione?

J: sì vedo che tante persone si mettono questa protezione per tanti motivi, spesso per evitare le sofferenze, ma così tante volte perdono la possibilità di essere amate, perché nascondendosi dietro a questa che io chiamo cappa, si perde l’opportunità di essere amati nuovamente. E questa parte la dico soprattutto per te eh…!

C: si, lo riconosco. Sono commossa…grazie di cuore.

J: ti voglio bene cara.

C: anch’io. Va bene, vuoi ancora raccontare qualcosa o basta così?

J: si, certo.

C: mi piacerebbe sapere se c’è qualcosa, rispetto alle MdQ, che secondo te è fondamentale che venga fuori, che cosa il mondo dovrebbe conoscere rispetto a questo progetto? 

J: per me qualcosa di fondamentale da far sapere è che io già prima di incontrare MdQ lavoravo nel sociale, anche in Brasile, aiutando le persone ma quello che è sostanzialmente cambiato è aver seguito la formazione per diventare MdQ. Prima non conoscevo molti pezzetti fondamentali per diventare professionista nella relazione di  aiuto, mescolavo la mia vita privata ed intima con il lavoro, invece, grazie alla formazione continua, ho compreso come tenere separate le due sfere. Ora aiutare è una professione e ho compreso come le persone sono tutte uguali e diverse allo stesso tempo. Non ci sono distinzioni, la ricerca è del giusto equilibrio fra distanza, protezione e coinvolgimento.

(Autrice: Chiara Bertalotto)

Storie invisibili. Viorela (parte seconda)


Storie invisibili
, sono racconti di uomini e donne che hanno attraversato momenti di difficoltà e, grazie alla loro resilienza personale e all’incontro con il progetto Madri di Quartiere, sono riusciti a trasformare gli ostacoli in opportunità di miglioramento.

L’intento che sottende la narrazione è di rendere reali e visibili delle realtà che altrimenti resterebbero nell’ombra, ciò non solo per aiutare le persone coinvolte, dando loro ascolto e riconoscimento, ma anche per tutte quelle altre persone che  vertono in condizione di disagio senza sapere dove e come poter chiedere aiuto. Sapere e conoscere le storie di altre persone che prima di loro “ci sono passate”, può infondere la fiducia necessaria per iniziare un percorso verso il cambiamento. Non da ultimo l’intento è anche quello di dare l’opportunità a tutti i cittadini di scoprire  mondi sommersi difficilmente contemplati e raccontati dai principali canali del mainstream dell’informazione.

Lo sguardo è di matrice antropologica, uno sguardo sulla vita contemporanea occidentale, dove identità fluide e dai confini labili si vanno incontrando e contaminando, creando relazioni simboliche e cristallizzate in un terreno culturale che si va costruendo insieme. 

Il tema della distanza e del distacco dall’oggetto di studio si mescolano in un relativismo culturale dove l’osservazione e la partecipazione si fondono nella ricerca di comprensione, empatia e condivisione di un’esperienza condivisa. 

L’io narrante in questo caso è (anche) parte della storia, in quanto counselor che ha accompagnato Viorela in un pezzo del suo percorso. La scelta stilistica è quella di non correggere grammaticalmente la sua modalità espressiva per dare pieno valore e attendibilità al suo racconto.

Il contesto di riferimento è Torino, città in cui questa giovane mamma di nazionalità rumena, ha dato alla luce e cresciuto i suoi tre figli. 

Quando ho incontrato Viorela, nel seminterrato di una chiesa adibita a centro di ascolto, era denutrita, provata, e non sapeva che per legge, poteva lasciare suo marito, non sapeva di avere il diritto di poterlo fare.

La norma culturale che aveva appreso nel suo ambiente familiare non consentiva tale libertà.

Cresciuta con un padre alcolizzato “che pestava a sangue la madre”, conosceva solo la sottomissione al volere dell’uomo, capo e padrone indiscusso. Una mentalità che almeno “qui “si pensa sconfitta, almeno nell’Europa “bene”, e che invece è ancora presente e molto viva, è una mentalità che uccide e giustifica la violenza in nome di un bene più grande, i figli. Per la mia storia, ho voglia di dire qualcosa, non credo che i bambini stiano bene con entrambi i genitori a prescindere. Per me, quando c’è violenza, o malessere, l’esempio migliore che un genitore possa dare è quello di cambiare verso il meglio, anche se non rientra nella scatola perfetta promossa da pubblicità cotonate. Credo che per i figli sia meglio vedere nell’adulto il coraggio di una scelta per amore, di sé, della pace e del benessere, piuttosto che sottomettersi e annullarsi in nome di un presunto amore che fa quotidianamente troppo, troppo male. Questa è l’opinione frutto del mio vissuto, che ovviamente, per ragioni deontologiche e morali, ho cercato di tenere lontana da Viorela, per non influenzarla e per non spingerla verso azioni che non sentisse pienamente sue. Silenziando i miei pensieri, ma standole vicino,  offrendole informazioni e indicandole servizi per orientarsi verso i suoi diritti come donna ed essere umano, le ho lasciato lo spazio di trovarsi piano piano, di scoprire la sua forza e le sue motivazioni, dandole solo la mano, accogliendo ogni suo passo e i suoi tempi di evoluzione.

Ammetto di non essere sempre riuscita a mantenere saldi i confini del mio lavoro di professionista nella relazione di aiuto, alcune volte ho lasciato entrare troppo, altre invece, uscire qualcosa in più, in un equilibrio precario, abbiamo attraversato insieme un viaggio alla scoperta del nuovo.

INTERVISTA 

C: So quanta fatica hai fatto, quanta difficoltà c’è stata, 

mi ricordo quando ci siamo incontrate com’era la situazione, e ti vedo adesso, c’è ancora tanto da fare per raggiungere quello che desideri pienamente, ma non sei più quella donna là, sei un’altra persona, adesso, oggi, non trovi?

V: si.

C: questo per me è grandissimo, per me tu sei proprio un esempio di coraggio, un esempio di forza. Mi piacerebbe che anche altre donne potessero vedere e anche altri uomini potessero vedere, perchè hai avuto un coraggio pazzesco, hai un coraggio pazzesco, tutti i giorni per andare avanti e fare quello che fai, ogni giorno. Questo per me è essere esempio…

Se ti va, ci racconti come è iniziata oppure come è finita, come vuoi tu…

V: si, ma non so da dove iniziare…

C: mmmm, forse puoi iniziare raccontando come stavi, o quando hai scelto di dire basta…

V: sospiro e silenzio, uccellini e macchine di sottofondo.

C: ti sembra tanto tempo fa?

V: no

C: ti sembra ieri?…

V: non si dimentica…silenzio.

Si, tutto è partito quando io mi sentivo che non ce la facevo più. Peròooo dovevo andare avanti per,  più per i bambini, pensando che dovevano avere un padre, perché la famiglia, la sua famiglia, dicevano che i bambini non dovevano restare senza un padre come sei rimasta tu da piccola, quindi io avevo paura di pensare che… di scappare di quella vita che c’era, che era una vita bella ma finta…

C: bella fuori dici? 

V: bella fuori ma brutta dentro, fuori casa bella perché tutti pensavano che siamo due, non so come dire due piccioni che si amavano tanto, ma posso dire che io lo amavo, non facevo finta, io lo amavo, però dentro casa cambiava tutto, da quando lui entrava in casa, era proprio cambiato, e questo da un certo momento è cambiato proprio a 360 gradi, posso dire? Anche se dall’inizio lui aveva questo carattere, ma io non mi rendevo conto, non  mi rendevo conto perché io lo amavo e l’ho accettato così dall’inizio, perchè  io pensavo che lui mi amava troppo, troppo. E non riuscivo a capire che lui mi dominava, posso dire?

C: certo. Tu pensavi che lo facesse per il tuo bene?

V: sì, perché lui dopo che si comportava male con me ,mi diceva che mi vuole bene, che mi ama da morire, che sono il suo amore. Non mi potevo immaginare di poter lasciare il padre dei miei figli, non riuscivo a immaginarmi perchè io avevo pure paura di lui, più questo era perchè qui a Torino io sono sola senza parenti quindi eravamo solo lui e la sua famiglia.

C: non sapevi neanche che era possibile farlo..?

V: no, perché ero spaventata io e quando iniziavo a sentirmi molto male le altre mamme dell’asilo dei bambini e mi dicevano di andare a chiedere aiuto ma avevo paura dei servizi sociali. Lavoravo, avevo un contratto di lavoro ma avevo paura, che io sapevo che una madre sola non può andare avanti con i bambini e avevo paura di perdere i miei figli, quindi la mia paura era questa: di non far sentire questa storia ai servizi sociali ma andando avanti, vedendo anche mia figlia E. che stava molto male e trovavo delle lettere, … brutte lettere e io andavo al lavoro, tornavo a casa ma andavo a prendere i bambini stavo bene fuori anche se dentro stavo male. Ma per dire, stavo bene fuori ma tanto sapevo che dovevo entrare in casa, che doveva arrivare lui, già mi crollava il mondo addosso, alla fine, poi alla fine, non non alla fine ma stavo pensando per chiedere aiuto, non sapevo dove andare a chiedere questo aiuto. Poi ho scoperto di questo centro di ascolto però avevo paura sapendo che noi andavamo ogni domenica in chiesa e il prete ci conosceva…

C: ti va di raccontare di come ti sia stato consigliato di rimanere con tuo marito nonostante tu avessi raccontato di subire violenza…?

V: si dopo che ho chiesto aiuto alle signore dal centro di ascolto cioè io mi ricordo il primo giorno quando sono andata ero molto spaventata non sapevo dove andare e non ero depressa non mi sentivo depressa però mi ricordo in quel giorno cosa mi ha fatto decidere di andare a chiedere aiuto. E’ che io ho lasciato i bambini a scuola all’asilo poi dovevo andare al lavoro, attraversando la strada al semaforo io ero ferma però mi sentivo, cioè io sentivo che dovevo attraversare col rosso e mi è capitato due volte in quel giorno, stavo quasi per essere investita, non volevo, cioè non pensavo mai di suicidarmi o queste cose, mai, non l’ho pensato mai però avevo paura di me perché non reggevo più, non riuscivo più a controllarmi e in quel giorno mi ricordo che ho chiamato e ho detto che non vado al lavoro, che stavo male ho detto e sono andata in chiesa a chiedere questo aiuto. Quando sono arrivata lì ho detto le mie prime parole, ho detto sto male e per favore se succede qualcosa con me e prendetevi cura dei miei figli, poi ho iniziato a piangere, mi ricordo che piangevo solo. Loro mi hanno fatto tante domande mi ricordo, tante domande, avevo ancora paura di parlare, non riuscivo a fargli capire che cosa sia successo e poi mi hanno messo in contatto con te, ti hanno chiamato subito, cioè lì in quel momento ti hanno chiamato subito e mi hanno messo in contatto con una counselor.

C: e poi ci siamo incontrate…

V: e di nuovo la mia paura erano i servizi sociali, ero, ero terrorizzata di perdere i bambini poi sono andata a casa, andava molto molto male ogni giorno che passava. Lui era molto cambiato perché tra di noi non c’era più niente, non mi lasciavo più toccare, non potevo più lasciarlo di toccarmi e lui si arrabbiava tanto e boh, tra… beh non so come dire, tra i suoi brutti comportamenti e tante altre cose che lui provava a fare, ho deciso di andare a parlare con il prete della chiesa che frequentavamo. E lui (il parroco), mentre che io parlavo con lui, non so mi guardava, mi ha preso la mano in quel giorno, però mi diceva che lui non riesce a credere perché, visto che mio marito era visto molto buono, molto bravo, ogni domenica in chiesa con i bambini e niente, non mi sono sentita proprio dopo quel colloquio con il prete, dopo che abbiamo parlato mi sono sentita ancora peggio perché ho detto boh, io passo per la bugiarda, sentivo che tutti mi chiudevano le porte, che non mi credeva nessuno a parte la counselor e la responsabile del centro d’ascolto. Su di loro potevo appoggiare il mio terrore, raccontavo che io avevo il terrore di tornare a casa perché lui minacciava, poi le volontarie del centro di ascolto mi hanno dato dei contatti con diversi avvocati, però anche quelli hanno mi hanno spaventato tanto, mi hanno detto di non lasciare il padre dei bambini perché i servizi sociali mi prendono i bambini.

C: quindi diciamo che hai cercato aiuto e non hai trovato il sostegno che speravi? 

V: si ho contattato due avvocati che le stesse cose hanno detto tutti e due, di non fare questo passo perché addirittura uno di loro mi ha detto che lui, quando inizia a comportarsi brutto con me, devo chiudere occhi di fare entrare da un orecchio di farlo uscire dall’altro orecchio…

C: questo ti hanno detto gli avvocati?

V: si, un avvocato. si si eh boh niente.

C: ti andrebbe di raccontare, dire qualcosa di come è stato per te fare queste sedute di counseling, che cosa ha  significato per te fare questo percorso?

V:ah il mio primo giorno di counseling, non ero io, mi sentivo , molto rigida, molto, mi ricordo che piangevo tanto non riuscivo parlare, avevo paura di raccontare un po ‘tutto, raccontavo perché boh,…

C: volevi tirare fuori?

V: sì, volevo tirare fuori, eeeh…sospiro e però andando avanti con le sedute iniziavo a sentirmi un po più tranquilla, aiutata, cioè in senso che mi sentivo, che sentivo che potevo appoggiarmi su qualcuno, che, non sono sola ecco, questo volevo dire, mi sentivo sola però era il mio appoggio la counselor. 

Posso dire che ho iniziato a prendere un po di forze, però 

poche perché non riuscivo ancora a capire che dovevo lasciare la casa, non avevo la forza di capire che dovevo prendere i bambini e lasciare e andarmene via. Poi non so, cosa devo dire? Che lui si è comportato molto male con me, anche con i bambini e li terrorizzava proprio, e sono andata insieme alla counselor dai vigili dopo una serata che lui si è comportato molto male con me, tra le minacce e tante altre cose brutte, io ho avuto la forza di… Per la prima volta nella mia vita di chiamare il 112, e di fronte a lui ho detto, cioè parlavo e chiedevo aiuto, e gli chiedevo di venire subito perché lui minacciava di morte e avevo paura e lui rideva perché pensava che era uno scherzo,come sempre io lo perdonavo, però lui non credeva che io parlavo con i carabinieri, pensava che è uno scherzo. Dopo questa chiamata ho chiamato subito la mia counselor e le ho detto che ho chiamato 112 e di rimanere in linea perché avevo paura che lui mi facesse del male, boh sono arrivati i carabinieri, niente, per lui era sempre un scherzo, uno scherzo, anzi scherzava sempre anche con loro e dopo ha iniziato le minacce e diciamo che quella notte ho riflettuto tanto e iniziavo a capire che la mia vita doveva finire lì. Ogni giorno che passava iniziavo a capire che devo prend… devo avere la forza di scappare, cioè devi prendere bambini e scappare. Perché quella non era una vita, loro vedevano una mamma che soffriva tanto, che piangeva, che non sapeva difendersi, e perché ? Per un un padre che doveva fare il padre solo, niente, giorno dopo sono andata con la mia counselor e abbiamo fatto la denuncia e da lì posso dire che è stato il mio passo, il mio passo più grande,…

C: ho la pelle d’oca a ricordare, sono commossa…

V: il mio primo passo grande perché non ci credevo ancora, avevo paura, tremavo, quando sapevo che dovevo parlare con l’ispettore e poi dopo la denuncia dovevo tornare a casa, no? e avevo paura che lui veniva a sapere che io ho fatto denuncia, poi dopo, non so una settimana forse che, in una settimana sono successe un po ‘di tutto, lui iniziava picchiare i bambini, cioè li picchiava, non ragionava. Parlando, ho chiamato di nuovo l’ispettore che mi ha lasciato il suo numero e le ho raccontato tutto, cioè in quel giorno quando, posso dire?

C: certo!

V: posso dire che era un giovedì tre o quattro di luglio e in quel giorno sono andata al centro antiviolenza e che ho iniziato a collaborare anche con loro…

C: sono i vigili che ti hanno mandata al centro antiviolenza? 

V: sì sono i vigili che mi hanno consigliato di andare anche da loro e raccontare tutta la mia storia per avere un appoggio in più. E quindi sono andata in quel giorno, al tre o quattro di luglio, al ritorno sono andata a prendere i bambini dall’asilo, insieme c’era anche mia mamma che ha lasciato il lavoro (e la casa in Spagna) per venire a stare qualche mese con me perché avevo sempre paura, no? Tornando a casa mentre dovevamo attraversare la strada c’era il mio ex che si è fermato proprio…che era quasi di investirmi, cioè investirmi, me, ma io avevo i bambini con me…

Madonna sembra che ri-vivo, non so questa parte la vedo,  cioè attraversavo la strada ed era proprio vicino di trenta cinquanta metri e non ho visto nessuno quando dovevo attraversare la strada, bom eravamo sulle strisce in mezzo alla strada, sulle strisce e a un tratto una macchina ha frenato e si è fermata proprio vicino a me, cioè io avevo bambini, le manine, gli tenevo le manine, quando ho guardato, ho alzato la testa e ho guardato, era lui, cioè lui, il mio ex, era lui, non riuscivo a credere, ho detto boh lui voleva investirmi, ma subito mi è venuta…cioè i bambini hanno iniziato a piangere perché si sono spaventati, mia madre mi ha detto Ramona non possiamo andare a casa perché…ti ammazza. E io mi sono resa, poi subito mi è venuto in mente,  poi lui è partito no? Noi siamo rimasti in quel posto e mi è venuto in mente, ho detto forse lui mi ha seguito, perché lui mi seguiva sempre, sapeva tutto quello che facevo io, mi ha seguito e ha visto che sono andata al centro antiviolenza e forse lui era un pò, cioè non ragionava più perché ha detto alla fine, ha iniziato a capire che io chiedevo aiuto aiuto aiuto, che non scherzavo più, e questa cosa lo impazziva a lui. In quel momento ho chiamato l’ispettore e ho detto guardi è successo questa cosa in questo momento, cosa devo fare? Ho paura di andare a casa lui mi ha detto non non puoi stare con i bambini fuori o vai ai servizi sociali e non tornate più, vieni da noi fai adesso la denuncia però non tornate più a casa…

C: tu l’avevi già fatta la denuncia?

V: no, non era, una era solo per confermare che sono venuti i carabinieri una sera prima, un giorno prima, e raccontare tutto quello che era successo in quella notte, no? E dovevamo confermare, quindi era questo, io non ho fatto una denuncia di lui che mi stava maltrattando per…è stata solo per quello che è successo quella notte e dopo quella notte sono passati, non ricordo, però poco tempo, pochi giorni, non più di una settimana, pochi giorni quando è successo questa cosa con la macchina e quando l’ispettore ha detto di andare a fare la denuncia, io ho detto no perché avevo paura, che mi devo fare la denuncia e non dovevo tornare più a casa ma mi sono spaventata tanto, ho detto io non posso fare la denuncia perché poi lui mi ammazza, ho paura. Perché? Perché queste paure che avevo e che poi io sentivo anche da fuori, posso dire? Che tante mamme facevano le denunce e non erano… cioè si fermavano alla metà,no? Magari facevano la denuncia e magari poi andavano via, ma poi ritornavano a casa e succedeva di peggio. Cioè le ammazzava, succedeva di peggio e io avevo paura di fare la stessa cosa. Di andarmene via e di ritornare da lui e di succedere il peggio, non mi sentivo molto forte di lasciarlo, no? Mi sentivo legata, ecco legata, posso dire? Niente, e è passato anche quel giorno che era un giovedì…

C: quindi poi tu quella sera sei tornata?

V: quella sera sono tornata a casa, poi mi ha chiamato l’ispettore in quella sera quando sono entrata perché mi ha detto voi andate a casa, io ti chiamo, se lui è in casa e non puoi parlare basta dire, rispondere si o no, e io capisco. Sono entrata e lui ha iniziato a fare delle sceneggiate boh, a parlare molto brutto, a rompere tutto, a sbattere la testa. Bambini già erano spaventati, urlavano, piangevano, c’era l’ispettore e mi ha chiesto, è li con te? Io dico: si. Puoi parlare? E io ho risposto, no, lui ha detto va bene perché l’hanno già sentito, lui continuava a urlare contro di me a parlare, a minacciare e a dire cose che non dovevano sentire neanche i bambini, queste minacce che i bambini poi erano molto terrorizzati.

C: ti minacciava di morte?

V: si, mi minacciava di morte, si. Già che è successo una volta che, per la sua gelosia voleva ammazzarci tutti ero io con lui e con mia figlia più grande, e essendo molto geloso e ubriaco pure, ha accelerato la macchina e voleva…ecco ammazzarci, posso dire?

C: certo. Mentre eravate in macchina?

V: si, mentre eravamo in macchina, lui mi continuava a dire e non te n’andrai con un altro ma non, no, scusa

C: non ti scusare Viorela…

V: si, per la sua sicurezza lui mi diceva sempre, mi diceva che io non lo posso lasciare mai. Non non mi avrà nessun altro uomo ma lui per sicurezza, cioè, dovevo morire con lui, per stare con lui. Non so se vada bene perché mi sento troppo agitata…si mi sento troppo agitata. 

C: mi spiace Viorela, possiamo chiudere qui tranquillamente e andare a prenderci un caffè… 

V: si, no. Niente, quella sera perché sono riuscita a scappare con mia figlia e saltare dalla macchina, boh.

Ma il giorno dopo l’ho perdonato, come sempre, siamo andati avanti così, ho fatto altri due bambini, perché io amo i bambini, io prima di sposarmi ho detto che volevo avere tre bambini, anche se dopo il secondo, già andava quasi male, ma non come… sospiro,boh, siamo arrivati che… per continuare il racconto dopo quella sera che mi ha chiamato l’ispettore, cioè lui sentiva come il mio ex mi minacciava, e io potevo rispondere a lui solo si e no, mi ha detto che chiudiamo qua e per caso se lui doverci scatenarci di più o minacce o …dovrei avere paura di più, di chiamare di nuovo 112, però giorno dopo, venerdì, mi ha chiamato l’ispettore mi ha detto, mi ha dato un appuntamento per lunedì, mi ha detto di andare a raccontare un pò le cose, e io ho subito detto sì, però io non voglio fare la denuncia, lui ha detto: no no ma non farà la denuncia, viene solo a parlare con noi, spieghi come si comporta con i bambini eeeh boh. E’ andata così, è arrivato lunedì, alle otto avevo un appuntamento con l’ispettore e ho portato i bambini all’asilo, sono andata ai vigili, all’ispettore e quando, quando sono entrata lì, da quel momento, mi ricordo ha chiuso la porta, ha chiuso la porta, l’ispettore ha detto, da qui non esci più, da…da questo momento non esci più. Hai capito?

C: e tu cos’hai pensato in quel momento?

V: e io mi sono spaventata, ho iniziato a piangere, mi è preso il panico ho detto no. E lui: da questo momento non esci più, tuo marito è molto pericoloso, non puoi rischiare di lasciarti ammazzata, perché hai tre figli,  devi pensare ai tuoi figli, quindi da questo momento, tu da qui non esci, noi andiamo a prendere i figli e ti portiamo in un luogo protetto. Eeh boh.

C: come ti sei sentita ad ascoltare questo?

V: spaventata, quel giorno, spaventata, anzi ho iniziato a negare, ho detto no no no, ma non,noo, non si può così, io devo andare a casa, devo andare a casa.  Vabbè adesso rido, però rido perché eh già, è passato del tempo…

C: ti fa ridere adesso?

V: eeh sì, perché sto meglio certo. Lo farei ancora all’infinito

C: lo rifaresti?

V: lo rifarei ancora, in quel momento…

C: ho la pelle d’oca…

V: in quel momento non mi sentivo, non mi sentivo così però il momento, quando ha detto chiama tua figlia grande, che lei è rimasta a casa, chiama tua figlia e dille che in dieci minuti andiamo a prenderla, e c’era anche mia mamma, no? Io li ho detto se… li ho supplicati di lasciarmi andare a casa, loro di accompagnarmi a casa, di prendermi il necessario per i bambini,  ma loro mi hanno detto che non vogliono rischiare e sono andati solo loro a prendere mia figlia, la grande, mia mamma, cioè io quando le ho chiamate e ho detto anche, se mi ricordo… ho detto: E. preparati che arrivano i vigili, ci portano via, ma io piangevo, non riuscivo ancora, che mia figlia pensava che io sto, stavo scherzando però, per dire la verità lei non vedeva l’ora di andare via, non vedeva l’ora. Lei mi diceva sempre: mamma guarda in che stato sei arrivata, mamma guarda che stai male, mamma e… lei non vedeva l’ora, a voce l’ho sentita molto spaventata perchè le ho detto: E. hai dieci minuti di prepararti e lei era molto spaventata perché voleva, poverina, prendersi un pò le sue cose, di scuola, di,… però non c’era tempo in dieci minuti di prendersi chissà che cosa, boh si è vestita e boh, è andato a prenderla e poi hanno preso anche i miei bambini piccoli, li hanno portati lì alla polizia, i piccoli erano molto, non erano spaventati e anzi erano felici che son venuti lì con i poliziotti, (scoppia in una risata spontanea di cuore).

Non erano spaventati, poi quando hanno detto che ci portano in un luogo protetto eh sì, la mia domanda è sempre quella, che la faceva un pò dappertutto, era,…mmmm mi ricordo che ho detto, ho chiesto all’ispettore, mi prometti che i servizi sociali non mi prendono i bambini, per favore? Mi prometti? Madonna, mi sentivo, ma innocente, ma veramente (ridendo e commuovendosi), mi prometti che non mi prendono i bambini? Eh sì, beh era una donna, l’ispettore era una donna, posso dire? Ma molto molto molto dura, dura perché lei mi ha detto Viorela, se non la smetti adesso ti do due schiaffi (ridendo tutte e due insieme) e io quando l’ho sentita, ho iniziato ad avere più paura perché non realizzavo quello che  succedeva, non, non. Pensavo che è un sogno.

E’ successo tutto all’improvviso così, senza sapere, senza e quando c’hanno messo in macchina, di portarci in luogo protetto i miei figli piccoli mi hanno chiesto, mamma ma dove ci portano? Dove andiamo via? Dove ci portano? E io non sapevo cosa dirgli, no? E alla fine ha detto eh, ci portano in un posto molto bello, andiamo in vacanza dove sono molti bambini e ci divertiamo, ho detto così e cominciato a piangere…

C: tu?

V: si, e si è girata, mi ricordo si è girata, perché eravamo, erano due poliziotti davanti in borghese, e si son girati mi hanno detto brava mamma, brava, e poi che lui è molto, no, molto…

C: intelligente?

V: intelligente, si i miei bambini posso dire che avevano, in quel momento avevano, il maschio aveva cinque anni e la piccola femmina tre anni e un’altra bambina più grande tredici anni e loro quando hanno sentito che andiamo in vacanza dove sono molti bambini erano molto contenti, e il poliziotto mi ha detto brava mamma, brava. Cioè sono riuscita a…silenzio

C: dargli una tranquillità?

V: si ma io tremavo tutta, avevo una paura tremenda, però volevo stare concentrata su di loro per non farli spaventare. Quando siamo arrivati là e hanno visto che dovevamo fermarci lì a dormire, poi passavano i giorni, passavano settimane, loro non hanno neanche chiesto: ma dov’è papà? Perché non andiamo da papà? Quindi passavano settimane e quando vedevo loro che non chiedevano nemmeno del loro padre, a me mi davano la forza di andare avanti perché ho detto, il padre non gli manca. La mia paura era che i piccoli patiscono, che piangono, che vogliono papà, e invece no. Anzi, dopo un mese ci hanno cambiato il posto, ci hanno messo in un altro luogo protetto, una comunità, e io avevo paura di dire ai bambini che dobbiamo cambiare il posto e che non possiamo andare a casa nostra, ma poi gli ho detto e loro hanno detto ah sì, meno male, poi e tutti e due me l’hanno detto, prima il maschietto, mamma noi non vogliamo tornare a casa nostra dove c’è papà.  Cioè, da quel momento posso dire, ma posso dire, con il mano sul cuore, che ho detto non ho sbagliato, cioè loro soffrivano ma io non mi rendevo conto che lo loro soffrivano tanto, non mi rendevo conto, non mi rendevo conto che, avevano un padre con il nome, cioè con il nome… boh niente.

C: questa è stata la porta per l’inizio di una nuova vita?

V: si. certo. vabbè non ero guarita neanche dopo un anno, neanche dopo due. Adesso che sono tre posso dire, un pò si sono guarita, però anche dopo un anno pensavo che… lo pensavo e che, che magari eh, boh se lui cambia come padre o se lui cerca i figli e vedo un cambiamento, magari vedo veramente che gli mancano, ma niente. Lui ha dimostrato l’incontrario e quindi la mia decisione era quella, ho fatto il primo passo, il secondo, il terzo, però anche adesso mi sento con l’ispettore che loro in questi tre anni ci sono stati ancora dei problemi, non posso dire che non sono stati dei problemi, ci sono ancora. perché è lunga la…

C: il percorso?

V: si è lungo.. 

C: il percorso verso la libertà?

V: sì, maaaaaa la libertà posso dire che ce l’ho adesso che lui è in carcere, ma non non mi sento… però dico il percorso boh, non lo so…

C: di liberazione? o forse di chiusura di questa storia..

V: si, certo non è non è facile, e trovandoti là da sola con i  bambini e avendo paura, tra gente strana, personale strano, ma poi e volendo il bene dei figli, vedendo che loro stanno bene, mi ha dato questa forza di andare avanti, di non girare la testa, di non provarci… almeno dire: sì dai magari gli do un’altra chance… cioè la millesima, posso dire? Più della millesima, posso dire? Ma queste chance non esistono ho detto, se lui vorrebbe fare, dovrebbe fare il padre, doveva fare padre anche fino alla vecchiaia ma… il mio uomo non può più essere, non può più, perché dopo, adesso dopo tre anni, posso dire che mi sono resa conto, conoscendo gente, iniziando a parlare, a sentirmi…mmmm…utile, utile come donna.

C: che hai un valore…

V: si che ho un valore, perché io non sapevo cosa vuol dire, veramente, io non sapevo cosa vuol dire, come mamma si, come mamma si, come le altre mamme, devi fare la mamma, devi fare la moglie,… peròoooooo, tutta lì chiusa che non puoi alzare…, che non puoi parlare con la gente, che non puoi andare a fare, non so una cosa che piace a te, che non puoi uscire,…

C: che non ti puoi nemmeno prendere un caffè da sola, mi dicevi? 

V: si, cioè che non potevo prendermi un caffè, avevo 39 anni e mai preso un caffè al bar, perché? Perché lui era geloso, e io? Perché boh, per non farlo arrabbiare, certo, mi sono abituata così e ho iniziato come dire, a pensare, che una donna non può entrare in un bar a prendere un caffè. Cioè io la pensavo così, non dico di andare ogni giorno a prendere un caffè perché, volevo, vedevo altre mamme, quando lasciavo i bambini all’asilo andavano insieme a prendere un cappuccino, un caffè e parlavano. Io non potevo anche se era solo tra le donne, però è questo che voglio dire, andando, vivendo così ogni giorno è diventata una abitudine e questa abitudine… eeeeeh che la donna ama tanto il suo uomo, no? Come ero io, che io lo sentivo, sentivo lui era tutto, sentivo così, che lui era il mio mondo, lui e i bambini, sentivo così. Per questo è stato molto difficile per me a pensare di lasciarlo o di… non riuscivo a guardare oltre, oltre a pensare che una donna deve essere donna, che deve essere rispettata deve sentirsi utile, deve avere una parola, no? Io, io non ero così, cioè mi sentivo boh, molto timida non riuscivo a parlare a… a fare una conversazione. Ecco, ecco una conversazione, no? Anche al lavoro, andavo al lavoro, posso dire? Che andavo al lavoro, se il marito della signora dove andavo in casa a lavorare, era a casa, e lui veniva a sapere, a casa quando arrivavo la sera lui già mi faceva delle storie, che perché sono entrata se lui era in casa? E quindi questa paura vissuta per tanti anni insieme a lui è diventata una normalità, un’abitudine, trovandomi da sola adesso, cioè come donna volevo dire, con i bambini, no? Una madre sola, non mi scoccia più nessuno (scoppiamo a ridere di sollievo!)

Cioè porto i bambini a scuola, vado a lavorare e se vuoi vai a far la spesa, se vuoi vai al parco per i bambini, ma torni a casa eeee e almeno sai che devi cenare tranquilla, non so, io la sento così, non mi sgrida più nessuno: chi era a casa? Dove sei andata a lavorare? O perché non hai risposto al telefono? O perché sei in ritardo di cinque minuti? O perché ti sei fermata al parco con i bambini? 

C: adesso sei libera di fare quello che senti e non c’è più nessuno che ti comanda…

V: sono libera di fare una cosa normale, no? Come come mamma, come madre, come donna ancora no. (ride). No, non non penso neanche, per me è molto difficile pensare adesso, per me uomini fanno schifo, posso dire? Sono rimasta ancora, posso dire? a livello psicologico, molto… molto… silenzio

C: ferita?

V: molto ferita e io, la vita la vedo, me la vedo da sola come una donna e mamma libera e felice.

C: uau.

V: non riesco, non riesco a uh, non riesco a pensare, ma neanche a ad accettare di sentire un uomo accanto a me e perché boh, magari uno, due su mille, non sono tutti uguali, però per me, in questo momento sono tutti uguali e quindi, una donna può fare…di più di un uomo, cioè io ho fatto tante cose che neanche sapevo che lo posso fare, adesso ho la mia casa, i bambini van tranquilli a scuola, son bravi e intelligenti, ho un lavoro, cosa posso dire? Sono stati anni molto difficili, con il percorso che abbiamo fatto, però ha servito, ha servito anche se dopo un anno dici non non vale, non vale la pena no? Di stare lontano da tutto, non hai più una casa, non hai più… e io non ci credevo che dopo tre anni posso dire, meno male che in quel giorno l’ispettore mi ha detto da questo momento non esci più, ma veramente. (silenzio e uccellini che intonano un canto) cioè, ogni volta che io sento lei, che anche lei mi manda delle mail o dei messaggi, mi chiede, oh Viorela, come va? Tutto bene? Anzi vogliono venire a vedermi la casa, no? Come siamo sistemati e quando le dico meno male che lei in quel giorno mi ha detto V. da questo momento non esce più, addirittura mi ha detto che mi dà due schiaffi, (ridiamo) e lei si mette a ridere, si ricorda che mi ha detto eri un cadavere ambulante, così mi ha detto, Viorela, tu non ti vedi, ma sei un cadavere ambulante e quindi lei ha fatto molto molto molto bene anche per me ma anche per i miei figli, perché se loro non mi fermavano in quel giorno, non so se io avevo coraggio di andare dalla mia propria iniziativa di fare la denuncia, però non vale la pena di stare insieme a un uomo che no, per dire, che i bambini devono avere il padre…

C: non vale la pena?

V: no, non vale la pena se un uomo vuole fare il padre, può fare il padre, però se le cose non vanno bene, i bambini soffrono e sono loro che soffrono di più. Cosa vedono? Una mamma che piange, che è infelice, che non sa difendersi, che si lascia sputata, che loro quando vengono picchiati o non so, la mamma non ha nessun potere di difenderli, di prenderli,… brutti ricordi, brutti ricordi però sono fiera di me, sono fiera di me perché se io in quel giorno non avevo, non andavo a chiedere aiuto al centro d’ascolto e se la signora non mi metteva in contatto la mia counselor, (ride) non so… forse e se, forse e se, mi faccio tante domande, però io sono contenta così, di come sono adesso…

C: uau, grazie davvero.

V: veramente, grazie, ah Madonna mia…

C: basta per oggi!!

V: sì, basta.

Ci salutiamo in un abbraccio lunghissimo sussurrandoci all’orecchio che ci vogliamo bene, ringraziando per questo progetto e celebrando il lavoro fatto insieme.

(Autrice e Photo: Chiara Bertalotto)

Storie invisibili. Viorela (parte prima)

Fa paura?
Un po’ si, ma basta mantenere saldo l’intento.

Aiutare a trasformare le ingiustizie aiutando, chi da troppo tempo le subisce, senza conoscere altro.
Il nostro impegno nel promuovere la pace è anche questo, permettere alle persone di allontanarsi dalla violenza, aiutare a conquistare e abitare la strada per la propria indipendenza.
Aiutare a vivere un diritto, che va saputo esistere. E che troppo spesso, perché sei donna, che proviene da un altro paese, madre giovanissima, con figli piccoli, senza lavoro e contatti di fiducia, può succedere che non ti renda nemmeno conto che hai delle possibilità di scelta. Che esiste una scelta. Difficilissima, enorme. La scelta di non soccombere, scegliendo di denunciare una vita fatta di quotidiano terrore, scavalcando la vergogna inculcata nei continui insulti e “non vali niente”, la scelta di alzare la testa e chiedere aiuto, trovando il coraggio e la forza, di dire basta. Adesso cambio.

Come è avvenuto per te Viorela? Ci racconti come comincia?
(To be continued_Storie invisibili. Viorela parte seconda)

Nel progetto Madri di Quartiere può succedere di essere chiamati a testimoniare e si testimonia davvero volentieri.
Sfumature e sfide di un lavoro con il cuore.

Autrice: Chiara Bertalotto

La prima campagna di Crowdfunding di Terra e Pace!

Siamo molto emozionate nel lanciare questa nuova avventura: una raccolta fondi attraverso la piattaforma di crowdfunding Produzioni dal Basso. Senza l’aiuto di tanti amici non avremmo potuto fare così tanto. Ora possiamo fare ancora di più con un tuo piccolo sostegno.

Cinque minuti del tuo tempo per scoprire la nostra campagna per portare avanti con energia e passione le nostre attività! Il tuo personale contributo favorirà la prosecuzione di una best practice di grande valore sociale nata a Berlino, che attraverso il capillare intervento delle Madri di Quartiere, riduce il rischio di cronicizzazione del disagio e promuove un welfare di comunità nella città di Torino. La tua donazione è preziosa, ci consentirà di promuovere i nostri progetti in contesti di marginalità, a favore di coloro che vivono in situazioni di vulnerabilità, ma ai quali riteniamo vada data un’opportunità di crescita personale. Consentendo l’accesso gratuito ai nostri laboratori a coloro che vivono ai margini, darai il tuo personale contributo alla costruzione di una società nel complesso più consapevole, empatica e… felice!

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ti riportiamo un piccolo approfondimento per detrarre fiscalmente le tue donazioni verso la nostra associazione.

 Il DPCM “Cura Italia”(D.L. 18/2020) prevede:

  • una detrazione dall’imposta lorda ai fini dell’imposta sul reddito pari al 30%, per un importo non superiore a 30.000 euro per le erogazioni liberali in denaro e in natura, effettuate nel 2020 dalle persone fisiche e dagli Enti non commerciali, in favore di Stato e enti pubblici, di fondazioni e associazioni legalmente riconosciute senza scopo di lucro, per gli interventi in materia di emergenza COVID-19;

  • la deducibilità del costo nell’ambito del reddito d’impresa per le persone fisiche  corrisponde a una  detrazione del 30%  e per le imprese a una deducibilità del 100%.

Per la dichiarazione dei redditi, è necessario conservare la conferma di pagamento ricevuta da Paypal via mail al momento della donazione, o in alternativa l’estratto conto della carta di credito. Se la donazione è stata effettuata tramite bonifico bancario, sarà sufficiente la rendicontazione della stessa o l’estratto conto del proprio conto corrente. Ciascun donatore riceverà una mail da parte della nostra associazione con la ricevuta personalizzata associata alla propria donazione. Se hai bisogno di ulteriori informazioni puoi scriverci a amministrazione@terraepace.it

Grazie di cuore  per aver contribuito a sostenere la nostra associazione!